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da continua
In una tale ottica la storia di Sicilia del primo
Cinquecento venne adeguata alla nuova funzione di punto
di forza sia contro i Turchi che contro i pirati
barbareschi. Le fortificazioni che la cinsero, torri e
castelli, l'aumento delle guarnigioni e la scelta dei
viceré obbedivano a questa fondamentale istanza. Non a
caso nel 1535 Carlo V desiderò visitare l'isola ed
entrare trionfalmente a Palermo.
Sul piano interno si
erano avuti dei moti popolari, come quelli contro il
viceré Ugo Moncada (1516), come la rivolta dello Squarcialupo, come quella dei fratelli Imperatore (1523).
Nel Seicento nella Sicilia spagnola, che vide il
trionfo dell'effimero in campo artistico, si aggravò la
situazione economica, dato che le carestie resero deserte
le campagne e la fame dilagò per le grandi città. Una
sollevazione si ebbe a Messina (1646), ma diversa
ampiezza e risonanza ebbe quella scoppiata a Palermo
l'anno successivo. La folla assalì il palazzo di città,
liberò i prigionieri della vicaria e compì altri
eccessi.
Se questa rivolta poté essere domata dal
viceré Los Velez, che fece impiccare il capo, Nino La
Pelosa, maggior successo ebbe quella, che immediatamente
seguì, delle maestranze artigiane palermitane,
capeggiata da Giuseppe D'Alesi. Questi, dopo la cacciata
del viceré, fu eletto capitano generale e tentò
l'instaurazione di un governo popolare.
Fece abolire
privilegi e gabelle e fece eleggere tre giurati popolani
e tre nobili, Ma Giuseppe D'Alesi venne ucciso il 22
agosto 1647, abbandonato da tutti. Un'altra rivolta
contro il viceré don Giovanni d'Austria, questa volta di
stampo borghese, venne soffocata sul nascere ed il suo
capo, Giuseppe Pesce, decapitato.
Il trattato di Utrecht (1713) assegnò la Sicilia al duca
di Savoia Vittorio Amedeo Il, che in quello stesso
anno raggiunse Palermo e si fece votare, nel 1714, due
donativi dal parlamento, per poi ripartire per il
Piemonte, carico di beni ed accompagnato da uomini di
cultura, come l'architetto Juvara. Lasciò come viceré
il conte Maffei, che dovette affrontare la campagna del
cardinale Alberoni, che voleva riportare con la forza la
Sicilia sotto la Spagna.
La spedizione del 1718 fece
ritirare i savoiardi nell'interno dell'isola.
Ma il
trattato dell'Aia (1720), voluto da Austriaci ed
Inglesi, portò l'isola sotto Carlo VI d'Austria,
che nominò viceré il duca di Monteleone. Dopo i Savoia,
gli Austriaci continuarono ad impoverire la Sicilia, con
un eccessivo fiscalismo che fece rimpiangere gli
Spagnoli. Filippo V di Spagna investì Carlo del regno
delle due Sicilie. E Carlo venne nell'isola facendosi
incoronare a Palermo (30 giugno 1735). La pace di Vienna
(1738) gli riconobbe il titolo.
La Sicilia si attendeva dal nuovo sovrano la soluzione
dei suoi molti problemi; in realtà, Carlo III
avvertì le istanze dei Siciliani e con una
intelligente politica riformista tentò di sollevare i
suoi sudditi isolani dalle condizioni di estrema miseria
in cui versavano. Istituì la "Giunta per gli affari
di Sicilia" e quella per il commercio del grano;
difese contro la curia pontificia il privilegio
dell'Apostolica Legazia e stipulò accordi commerciali
con gli Stati africani.
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